Benvenuto su PhysiotrainingPRO

Seleziona la tua lingua

Atleta durante un cambio di direzione che evidenzia il rischio di distorsione laterale della caviglia.

La maggior parte delle distorsioni di caviglia interessa il compartimento laterale e si verifica in situazioni molto comuni nella pratica sportiva. Pensiamo, ad esempio, all'atterraggio dopo un salto nella pallavolo o nel basket, a un cambio di direzione improvviso nel calcio o semplicemente all'appoggio del piede su una superficie irregolare durante la corsa.

In questi casi il piede si porta rapidamente in inversione, cioè con la pianta che ruota verso l'interno, spesso associata a una posizione di flessione plantare. In pochi istanti i legamenti laterali della caviglia vengono sottoposti a una tensione superiore alla loro capacità di tolleranza. Il primo a essere interessato è generalmente il legamento peroneo-astragalico anteriore (ATFL), considerato il legamento più frequentemente lesionato nelle distorsioni laterali. Nei traumi più importanti possono essere coinvolti anche il legamento calcaneo-peroneale (CFL) e, più raramente, il legamento peroneo-astragalico posteriore (PTFL).

La classificazione delle distorsioni

Le distorsioni di caviglia vengono generalmente classificate in tre gradi di gravità:

Grado I

Comportano un semplice stiramento delle strutture legamentose. L'atleta avverte dolore e un modesto gonfiore, ma spesso riesce ancora a camminare e, talvolta, tende addirittura a sottovalutare l'infortunio.

Grado II

È presente una lesione parziale del legamento. Il gonfiore diventa più evidente, possono comparire ecchimosi e il carico risulta difficoltoso. In questa fase la limitazione funzionale è generalmente importante e richiede una gestione più attenta.

Grado III

L'infortunio è caratterizzato dalla rottura completa di uno o più legamenti. L'edema è spesso importante, il dolore può essere intenso e l'atleta è generalmente incapace di proseguire l'attività sportiva. In alcuni casi può essere presente una marcata sensazione di instabilità.

Naturalmente la gravità anatomica della lesione non sempre coincide con il tempo di recupero, che dipende anche dalla risposta individuale, dalle richieste della disciplina sportiva e dalla qualità del percorso riabilitativo.

Perché la caviglia continua a distorcersi?

Una delle caratteristiche delle distorsioni di caviglia è l'elevata tendenza alle recidive. Molti atleti raccontano di aver "girato" la stessa caviglia più volte nel corso della carriera. Il problema, infatti, non riguarda soltanto il legamento lesionato. Dopo un trauma possono comparire alterazioni della mobilità articolare, deficit di forza e una riduzione della capacità del sistema nervoso di controllare il movimento e percepire la posizione della caviglia nello spazio. In altre parole, anche quando il dolore e il gonfiore sono scomparsi, la caviglia potrebbe non essere ancora completamente pronta ad affrontare le richieste dello sport. Per questo motivo una riabilitazione efficace non può limitarsi alla semplice scomparsa dei sintomi.

La fase riabilitativa

La riabilitazione di una distorsione di caviglia può essere suddivisa in diversi obiettivi, che spesso si sovrappongono tra loro e devono essere progressivamente integrati.

Il primo passo consiste nel recuperare la mobilità articolare, in particolare la dorsiflessione della caviglia. Una limitazione di questo movimento può infatti alterare la meccanica di corsa, del salto e dell'atterraggio, aumentando il rischio di nuovi episodi distorsivi.

Parallelamente è necessario recuperare la forza muscolare. Particolare attenzione viene generalmente dedicata alla muscolatura del polpaccio e ai muscoli peronieri, fondamentali nel controllo dei movimenti di inversione e nell'assorbimento delle forze durante le attività sportive.

Uno degli aspetti più importanti del percorso riabilitativo è però il recupero del controllo neuromuscolare e della propriocezione. Nelle fasi iniziali possono essere sufficienti semplici esercizi in appoggio monopodalico. Successivamente si introducono superfici instabili, piccoli squilibri indotti dall'operatore ed esercizi sempre più dinamici.

L'obiettivo finale non è soltanto migliorare l'equilibrio, ma permettere all'atleta di recuperare fiducia nella caviglia e prepararla alle richieste imprevedibili della pratica sportiva.

Ritorno allo sport

Il ritorno allo sport non dovrebbe mai essere deciso esclusivamente in base al tempo trascorso dall'infortunio.

Prima della ripresa completa dell'attività è opportuno verificare che l'atleta sia nuovamente in grado di camminare, correre, saltare e cambiare direzione senza dolore o sensazioni di instabilità. Allo stesso modo, la caviglia deve dimostrare di tollerare progressivamente i carichi tipici della disciplina praticata. L'obiettivo non è semplicemente tornare ad allenarsi il prima possibile, ma farlo nelle migliori condizioni possibili, riducendo il rischio di nuove distorsioni e permettendo un recupero realmente completo.

Fonti:

  • Brukner & Khan's Clinical Sports Medicine
  • Doherty C et al. The incidence and prevalence of ankle sprain injury: a systematic review and meta-analysis. Sports Medicine
  • Martin RL et al. Clinical Practice Guidelines for Lateral Ankle Sprain. Journal of Orthopaedic & Sports Physical Therapy
  • Gribble PA et al. Selection Criteria for Patients With Chronic Ankle Instability. Journal of Athletic Training
  • Wikstrom EA, Brown CN. Minimum reporting standards for chronic ankle instability research. Journal of Athletic Training

 


Come lo gestiamo sul Campo

La seguente proposta rappresenta un esempio di gestione utilizzato nella nostra pratica quotidiana con gli atleti. Non costituisce un protocollo universale e deve essere adattata al singolo soggetto, allo sport praticato e alla gravità della lesione.

Nella nostra esperienza, non appena la sintomatologia lo consente, cerchiamo di reintrodurre il movimento il prima possibile. Iniziamo con semplici esercizi di mobilità attiva e con un progressivo recupero del carico in stazione eretta. Successivamente proponiamo esercizi di rinforzo come i calf raises bilaterali (3 serie da 15 ripetizioni) e lavori in appoggio monopodalico mantenuti per circa 30 secondi, con l'obiettivo di recuperare controllo ed equilibrio.

Quando l'atleta mostra una buona tolleranza al carico introduciamo gradualmente esercizi più dinamici: step-up controllati, piccoli balzi monopodalici, corsa e, infine, cambi di direzione e gesti tecnici specifici della disciplina praticata.

Più che seguire tempistiche rigide, preferiamo osservare la qualità del movimento e la risposta della caviglia nelle ore successive all'allenamento. Il nostro obiettivo non è soltanto permettere all'atleta di tornare in campo, ma farlo nelle migliori condizioni possibili e con il minor rischio di recidiva.